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Recensione di Limbo

Titolo: Limbo
Genere: Puzzle, Adventure, Platform
Piattaforma: PlayStation 4, Xbox One, PC, iOS, Android, Nintendo Switch (testata)
Sviluppatore: Playdead
Produttore: Playdead
Data di uscita: 28 giugno 2018

Niente è più “in sospeso”: Limbo approda su Switch

Era il 2010 quando vide la luce un progetto nato da una piccola software house indipendente danese formata da sviluppatori che solo qualche anno prima neanche si conoscevano tra di loro. Il team prese il nome di Playdead e il loro primo progetto nacque sotto il nome di Limbo.

Si trattava di un gioco ermetico ma di grande atmosfera che non passò inosservato agli occhi di pubblico e critica: fu un vero successo e, poco alla volta, arrivarono conversioni praticamente per ogni tipo di piattaforma conosciuta. Visto il crescente successo di Nintendo Switch i danesi hanno così deciso di convertire questo gioco - nel frattempo divenuto un vero e proprio classico - anche per l’ultima nata della Casa di Kyoto. Vediamo ora insieme con quale risultato, analizzando il prodotto nei suoi vari aspetti.

Il bianco e il nero

Limbo è il nome che viene dato ad un luogo fondamentalmente sospeso nel tempo e nello spazio in cui le anime si trovano in uno stato di attesa perenne, esattamente come accade a coloro che non possono pagare l’obolo a Caronte per attraversare lo Stige. Con tale breve premessa introduciamo questo viaggio personale ed intimo rappresentato dall’opera prima dei Playdead.
Ci troviamo, infatti, ad impersonare un ragazzino senza identità, il quale si risveglia in un bosco oscuro e tetro: che cosa è accaduto e cosa ci aspetta d’ora in poi?

Passo dopo passo il giovane protagonista si addentra sempre più in quella che è un’avventura surreale e metafisica, alla ricerca della propria identità. Mentre il giocatore esplora e cerca soluzioni per superare le machiavelliche nonché spregevoli e terrificanti trappole studiate ad hoc in fase di level-design, ci si ritrova a chiedersi il perché di tali ostacoli e il significato delle relative soluzioni. In Limbo nulla è lasciato al caso e, mentre il finale dell’avventura rimane uguale per tutti, il viaggio personale di ogni giocatore può risultare differente sul lato emotivo e, talvolta, in quello pratico.

Limbo è tutto questo e lo è grazie ad un’atmosfera cupa, oppressiva, tetra e deprimente che non lascia spazio a nulla che non sia un “sano” sconforto. Il team danese gioca su di un forte dualismo basato sulla classica bicromia nero - bianco, Jing e Jang, bene e male. Sono presenti momenti in cui questo contrasto si fonde, sfociando in splendidi grigi pastosi ma comunque netti, quasi a voler sottolineare i momenti d’incertezza che il nostro alter ego sta affrontando; questo si rispecchia nel giocatore che negli stessi attimi prova la medesima insicurezza tramite scene, spesso forti, che si lasciano solo intravedere su uno sfondo che non trova profondità ma si distacca nettamente dal piano principale in cui si svolge l’azione.

Si tratta di un gioco strutturato in 2D su due livelli di parallasse, uno “reale” ed uno di background in cui catene e ingranaggi si perdono in una nebbia tanto chiara quanto oscura.

Gli antagonisti che ci si parano davanti in alcuni punti non danno alcun indizio sulla loro provenienza o sulle loro intenzioni: sono semplicemente ostili. Gli enigmi giocano spesso sull’uso del ragionamento parallelo ma anche sul puro metodo empirico, proprio per volere degli sviluppatori - ricordiamo che stiamo parlando di una produzione indipendente del 2010 - e le morti a cui si assiste lungo l’avventura sono crude e violente. Nonostante il personaggio sia, in pratica, un’ombra nera con due puntini bianchi al posto degli occhi, si percepiscono sia il dolore provato durante le grandguignolesche situazioni a cui assistiamo, sia la determinazione nel proseguire con una costante e angosciante voglia di arrivare, il prima possibile, al termine di questo viaggio dai toni a tratti horror.

Il silenzio è un fattore che aiuta a creare questa tetra atmosfera, agitata occasionalmente, e in modo magistrale, da suoni cupi, lunghi e profondi.

La sensazione è che colonna sonora e silenzi siano invertiti, un negativo uditivo che stordisce e spiazza, lasciando il giocatore a fare i conti con il proprio respiro ed i propri pensieri.

I comandi sono ridotti all’osso: con la croce direzionale o con lo stick sinistro si muove il personaggio, con “A” si salta e con “Y” si afferrano oggetti. Fine. A parte una manciata di occasioni non è mai richiesta una precisione millimetrica nei salti, piuttosto è importante imparare a “leggere” quanto appare sullo schermo, ragionare, pensare... riflettere e agire di conseguenza, in alcuni casi con l’opportuno tempismo.  

La bellezza del minimalismo

C’è poco da dire: Limbo è tanto essenziale quanto splendido. L’uso del bianco e del nero è praticamente perfetto e alle volte sembra addirittura che sia il bianco ad essere il colore che s’insinua nel nero dando così vita a quella danza bicromatica che attrae e rapisce con la sua semplicità. Le animazioni sono davvero ben fatte e fluide e non si avverte mai alcun tipo d’incertezza da parte del motore grafico. Certo non è che ci sia granché da gestire e anche ai tempi dell’uscita su PC Limbo richiedeva solo 512MB di RAM e un processore da 2 GHz, ma i porting, per assurdo, possono sempre nascondere insidie quando vengono trasferiti su un hardware più potente, per via della conseguente modifica al codice nativo. Fantastico l’effetto di grana pellicola: è molto meno marcato rispetto alla versione PC ma questo porta però ad una maggiore fluidità e direi che il compromesso ne vale la candela. A dirla tutta, vi sono anche alcuni particolari mancanti rispetto alle altre versioni, come, ad esempio, il piccolo sciame di mosche attorno alle carcasse o il lieve cedimento di alcune scale quando ci si aggrappa ad esse durante un salto, ma sono dettagli scenici di davvero poco conto la cui assenza non si fa sentire.

La musica, o meglio, i silenzi sono perfetti e gli effetti sonori che violentano la quiete che permea Limbo sono esattamente dove e come devono stare.

In modalità portatile il frame-rate soffre di minimi cali ma nulla che possa minare l’esperienza ludica. Va detto, però, che il titolo, per via della sua stessa natura cupa e scura, non trova nella portabilità il suo ambiente ideale, risultando poco visibile: soprattutto quando si gioca all’aperto, lo schermo di Nintendo Switch non permette una buona lettura di gioco.

In sintesi

Playdead con Limbo ha dato alla luce davvero ad una piccola perla e non solo in ambito indie. Il team danese ha saputo confezionare un titolo che, a distanza di otto anni dalla sua uscita, ancora riesce a calamitare e far pensare. Un gioco ostico ma non troppo, immediato ma complesso. Questa sua ennesima incarnazione mostra ancora una volta come, oltre ad un sapiente level design, ciò che conta di più in un media videoludico sono la narrazione e l’atmosfera. Limbo, anche su Switch, mantiene la capacità di spiazzare il giocatore e, ancora oggi, arrivare alla conclusione di questo viaggio sospeso arricchisce e fa riflettere.

Pregi

  • Atmosfera fantastica.
  • Sapiente uso del bianco e del nero.
  • Silenzio assordante ed effetti sonori precisi nelle tempistiche.

Difetti

  • Longevità scarsa.
  • In portabilità quasi impossibile vedere bene l’azione a schermo, specie all’aperto.

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: 8,2

La recensione di Limbo è stata scritta e curata da Lian165 per GameStorm.it, pubblicata il 22-07-2018

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Limbo

  • Versione switch in esclusiva digitale
  • Data di uscita:
    28-06-2018
  • Categoria:
    platform
  • Disponibilità per:
    SWITCH
  • Popolarità:
    100 %
  • switch

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