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Recensione di Tom Clancy's Ghost Recon Wildlands

Recensione scritta e curata da FranX per gamestorm.it, inserita il 02-04-2017

Titolo: Ghost Recon Wildlands
Genere: TPS
Piattaforma: Xbox One
Sviluppatore: Ubisoft
Publisher: Ubisoft
Data di pubblicazione: 07/03/2017

Fantasmi

Nuovo giro di giostra dei Ghost Recon, questo è il dodicesimo e viene immediatamente dopo quello dedicato ai “Fantasmi”. La prima associazione al nome Tom Clancy che ci è venuta in mente è però stata quella con il più recente The Division, anche se non fa parte (direttamente) della famiglia Ghost Recon. Abbiamo apprezzato parecchio quest’ultimo titolo e le nostre aspettative per il nuovo gioco sono tante; scopriamo subito se sono ben riposte oppure se cadranno nel vuoto.

Un sueño divenuto realtà

Abbiamo provato un pochino la beta e l’assaggio ci aveva solleticato. Quando abbiamo ricevuto il titolo, non nascondiamo una certa gioia latente poiché’ oltre alla prova eravamo ben consapevoli che la qualità sarebbe stata ai livelli di The Division; ci siamo buttati a rotta di collo tra le missioni che il team Ghost aveva (e ha) a disposizione, cominciando dalla sempre stupenda voce di Luca Ward che, a capo del cartello di Santa Blanca offriva le proprie doti vocali al boss El Sueño guidandoci tra le caratteristiche della “sua” terra, in Bolivia, qui patria del narcotraffico. La sua filosofia piuttosto contorta sembra quasi convincente e l’organizzazione che conduce è divenuta cosi potente da far “chiudere entrambi gli occhi” al presidente boliviano, condizionando un intero stato; polizia, politici e giornalisti assoggettati al capo del cartello. Entra cosi in gioco il team Ghost che dovrà smantellare pezzo per pezzo tutto l’impero del carismatico boss, eliminando ogni branca criminale e trovandosi al contempo in mezzo a una guerra a tre, tra ribelli, forze dell’Unidad (corpo speciale boliviano) e i combattenti del Santa Blanca. In mezzo a loro gli sfortunati peones che subiranno il peso di questa guerriglia sulle proprie spalle supportando di nascosto i rivoltosi. La trama è convenzionale, come si può notare, ma sicuramente convincente e adatta alla bisogna, alla narrazione che ci introduce e ci fa sguazzare, fornendoci i giusti spunti per abbattere il cartello e, soprattutto, divertirci come in The Division. 

In amore e in guerra

E’ l’amore per la sua terra (?!?) che fa delirare El Sueño… o sicuramente l’amore per il potere. Quello che è riuscito a lui, dovrà essere replicato da noi, attraverso una controffensiva massiccia, spazzando via ogni roccaforte e ogni alleato del boss, lungo il territorio che offre numerosissime occasioni per orientare la guerriglia secondo i nostri dettami. Sia giocando in cooperativa che da soli, il team sarà formato da quattro membri e la storia può essere seguita non linearmente, affrontando le missioni nelle sequenze che più ci soddisfano ma, anche se non espresso direttamente, le diverse aree della regione hanno un proprio livello di difficoltà, quindi e forse più razionale affrontarle seguendo un criterio di difficoltà crescente, permettendo al nostro soldato di crescere come esperienza ma soprattutto come skill, nelle abilità che prediligiamo sviluppare per condurre un’offensiva efficace, secondo il nostro stile di combattimento. L’alberatura dei talenti è strutturata e varia, offrendoci ampia libertà di scelta riguardo le caratteristiche da far “maturare”, che si rifletteranno sulla nostra condotta. L’open word che Ubisoft ci mette a disposizione abbraccia dinamiche alla The Division, ampliandole introducendo l’apertura a un contesto immenso, privo di vincoli reali e tecnici che ci impediscono di proseguire come vogliamo noi e mixando la struttura di gioco ad altre filosofie dell’universo Ubisoft, dagli Assassini ai Watch Dogs (avete notato una Papavero, tra le auto guidabili?) amalgamandole sotto un’unica egida narrativa ma lasciando che sia la liberta di gioco a farla da padrone a discapito di una trama di “sottofondo”. Come diversi altri titoli aperti, la bellezza della scelta della chiave di lettura dipende solamente da noi e seguirà l’enorme ramificazione del cartello e delle aree lungo le quali porteremo la guerra: opteremo per le missioni principali o seguiremo principalmente quelle atte ad aumentare le nostre abilità? guideremo o voleremo? Di carne al fuoco ce n’è veramente tanta e non ci dilungheremo oltre; l’aggiunta che però possiamo fare è che la storia e quindi le missioni possono essere affrontate da soli, oppure in compagnia di tre belligeranti amici che sicuramente aumenteranno l’entropia ma anche il divertimento e le possibilità che Wildlands ci mette a disposizione. A questo proposito vogliamo sollevare un paio di punti che potevano essere strutturati meglio: il matchmaking avrebbe dovuto raggruppare il manipolo di eroi nella stessa zona ma cosi non avviene (in più d’un’occasione ci siamo trovati a distanze chilometriche dal resto del gruppo). Un secondo passo indietro riguarda il sistema delle coperture, non sempre efficace e non sempre chiaro quando si attiva perché a volte basta avvicinarsi a un muro per essere coperti ma altre volte non è sufficiente (e non c’è un tasto per farlo).

Dalle stelle alle stalle

Non stiamo delirando, il gameplay, infatti, ci permette di toccare il cielo con un dito: si potrà volare con aerei o elicotteri; esperienza tutt’altro che facile, dopo numerose ore di pratica ancora non riusciamo a evitare di schiantarci. La regione boliviana, terra di scontri epici, vista dall’alto emoziona: esplosioni qua e là spezzano, purtroppo, la bellezza della foresta che ci scorre veloce sotto il velivolo. L’alternarsi con le zone montagnose è uno spettacolo che ogni volta ci strappa più di uno sguardo e ci fa pilotare ancora peggio del solito; la meraviglia di un tramonto visto dall’alto o di una tempesta con tuoni e lampi è la sottesa promessa di un ambiente vivo, pulsante, quasi dotato di vita (scriptata) propria. Non siamo rimasti insensibili al fascino della natura e di un paese in rovina, con caratteristiche chiesette che si stagliano qua e là e avamposti pieni di peones o malavitosi che si aprono qua e là, tra le foreste e le valli montane. I vari livelli di “lettura” del gioco e le numerose vie per andare dal punto A al B, non fanno altro che immergerci in questa natura (che alla fine regna sovrana), caratterizzata dagli sparuti villaggi dalle mura piene di buchi d’arma da fuoco e da fiumi che tagliano le splendide macchie di verde facendoci immaginare di essere lì, realmente, sul posto, a portare morte e distruzione al cartello. Qualche bug, si trova sempre, come compenetrazioni inesistenti o ostacoli inamovibili che…si scansano al nostro passaggio, ma secondo noi sono ininfluenti e non minano minimamente il piacere dell’avventura, dell’uso degli sgangherati mezzi o delle nostre tattiche d’assalto. E’ davvero un mondo aperto poiché sembra vivo (e ci ripetiamo), sicuramente non lineare come The Division; molto più ampio e non delineato dalla struttura della città. 

Luca Ward cattivo

Aspettate prima di cogliere il senso sbagliato del titoletto. Ci rifacciamo a quanto accennato in apertura, il boss dei boss ha la voce del miglior doppiatore italiano e nonostante i suoi accattivanti sproloqui è sempre un piacere sentirlo parlare; si, forse è un po’ troppo impostato per essere il classico cattivo, pero’…però ci è piaciuto. Forse ne ha guadagnato di personalità, ma risulta un avversario convincente e “interessante” quasi come il folle Vaas (FarCry 3), dotato di un certo carisma. Sonoro di spessore, con il resto degli attori che si districa egregiamente col copione in mano e comparto audio caratterizzato dalle ovvie sonorità latine, sempre apprezzate, che si alternano a musiche più rocchettare e dure a seconda del momento e del mezzo utilizzato.

Menage a 4

L’operazione Kingslayer è forse meno convincente della pandemia esplosa nella grande mela durante l’inverno, ma il titolo è magnetico come The Division e più interessante di For Honor (dovevamo scomodarlo). La storia in funzione della modalità cooperativa aggiunge quel quid in più che ci farà restare incollati alla sedia, con il drop in/drop out sempre molto veloce sperando di essere ospitati dall’host che non si disconnette, a patto di ricongiungersi col proprio gruppetto d’eroi, sparsi sulla mappa; anche giocando in singolo, il divertimento è assicurato fatto salvo della “mina” del sistema delle coperture, da rivedere. Aspettiamo anche qui, con ansia, la…Zona Nera, dove la cooperativa cederà il passo al pvp forsennato per un (quasi)tutti contro tutti. Ah, quasi dimenticavamo: abbiamo davvero apprezzato la presenza di elementi di varia natura, di altri giochi Ubisoft.

Pro

  • area di gioco enorme
  • giocabilità estrema
  • co-op sempre interessante…

Contro

  • …ma matchmaking che non sempre funziona come dovrebbe
  • tantissime missioni ma parecchie ripetizioni
  • pessimo sistema di coperture

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: 8,5

Commenti sulla recensione (1)

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Commenti
10-04-2017
jeanluca

lo provato e concordo sul vostro commento tantissime missioni ma parecchie ripetizioni ma questo cè anche in the division ormai i giochi di rifa o di rafa si assomigliano tutti per curiosità sto provando Homefront: The Revolution tanti ne parlano male ma mi sembra che tanti particolari della struttura sono come in the division

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Valutazione del gioco 8

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